Intervista a Francesco Cuzzolin, cinquantun anni e una vita a canestro. Amico e sostenitore di Vitalia, è la mens della preparazione atletica del basket azzurro. Collabora con il “Doc” Massarini nel programma di ricerca e sviluppo di Technogym: un team di eccellenze impegnate a scrivere il futuro del movimento, le cui intuizioni giungono, tramite il “Doc”, fino in via della Rocca.

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Italia, Europa, America. Ha allenato i Toronto Raptors, la Russia, la Lettonia, la Virtus Bologna e la Benetton Treviso. Il suo curriculum è un giro del mondo, trent’anni di pallacanestro con una sola bussola: “la passione. Quella che cerco di trasformare in qualità del lavoro. Quella dei bravi professori: l’unica cosa che ti ricorderai dopo la scuola”. Insegnare, imparare: per “Cuzzo” – come lo chiamano i suoi ragazzi – è la quotidianità. Dal 2011 preparatore fisico della nazionale maggiore, è anche responsabile dell’intero settore per la Fip e cura la formazione dei tecnici.

Cuzzolin, che fa il preparatore della nazionale quando la nazionale non gioca?

Viaggia. Sono appena tornato da New York, per vedere Bargnani nei Brooklyn Nets. Tra poco ripartirò per Denver, per Gallinari; quindi Sacramento, per Belinelli. Seguiamo i giocatori anche nei club, per coordinarci con il loro staff. La stagione degli azzurri dura due mesi, ma va preparata per un anno intero, studiando le realtà da cui provengono. E poi confrontarci ci fa bene.

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Insomma riuscite ad andare d’accordo con le società? Nel calcio sembra impossibile.

Puntiamo ad essere un riferimento, con standard molto elevati nelle procedure di allenamento, nella verifica delle prestazioni, nella didattica. Così ci siamo guadagnati la fiducia dei colleghi. Ormai è interesse (ed esigenza!) di tutti collaborare con la nazionale e il basket sta riuscendo a fare sistema.

Con che soldi?

Pochi. C’è la crisi, è vero, ma il fatto che manchino le risorse non significa che debbano mancare le idee.

Oltreoceano trovate la stessa disponibilità? 

Rapportarsi con l’NBA è più complesso, ma ci stiamo provando. Lì i giocatori sono aziende, e c’è il problema del calendario: troppe partite e non se ne vorrebbero aggiungere altre. Ecco perchè la paura delle nazionali…

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Dopo 82 giornate “Gallo & co.” vi arrivano stremati.

Negli Usa ci si allena poco e dunque spesso non si è pronti per giocare (ma lo si fa e basta). Una stagione americana logora molto di più di una europea. In ogni caso in nazionale l’urgenza è la stessa, per tutti: curare i sovraccarichi e rigenerare le motivazioni.

Agli ultimi Europei ci siete riusciti.

Si è sentito il sostegno del Paese. Grazie all’accordo con Sky e allo spazio che ci hanno riservato i giornali abbiamo avuto la giusta pressione: quella si traduce in volontà di essere produttivi. Il risultato finale è stato ottimo, il livello della competizione era veramente molto alto.

Ha vinto un oro con la Russia. Mica si emoziona per aver conquistato un preolimpico…

Ce lo siamo meritati. E con che fatica: due mesi lontani da casa, un traguardo importante, tante rinunce. E comunque ascoltare il proprio inno è un’altra cosa.

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Cosa?

La spinta emotiva fa la differenza. Con l’orgoglio di vestire la maglia azzurra tutto è più facile.

La testa: un preparatore dev’essere un po’ psicologo?

In questo mestiere è fondamentale costruirsi una professionalità a tutto tondo e saper collaborare. A me è sempre interessata la componente mentale. Ho investito molto su questo aspetto, come anche su quello riabilitativo e organizzativo.

E sulla vocazione internazionale.

Me l’ha trasmessa il “Doc”. Massarini è un mentore per me, sono stato con lui alla Technogym agli inizi della mia carriera. Mi ha aiutato ad allargare gli orizzonti e i contatti all’estero. Oggi è anche un carissimo amico!

A proposito di maestri, com’è “Cuzzo” in cattedra? La sua agenda è piena di corsi.

Sì la Federazione sta investendo seriamente sulla formazione e anche io sono impegnato parecchio. Ma stiamo poco in aula: la palestra viene prima. Offriamo un percorso poco nozionistico e molto vicino al campo.

Cioè?

Insistiamo sul “saper fare” e sul “saper far fare”. Sintetizziamo i contenuti teorici e le lezioni frontali, per dilatare la base esperienzale, sui vari piani: tecnico, tattico, motorio.

Con panchine migliori avremo presto nuovi campioni?

Speriamo. È un momento positivo: Bargnani, Gallinari, Gentile, Belinelli sono figure simboliche. Devono nascerne altre: lo sport vive di eroi…

Però?

Però il basket è un gioco di squadra. E l’eroe esiste solo in una squadra vincente.

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